Da poco Red Dead Redemption ha compiuto 10 anni. Qualche giorno fa, poi, ho completato Red Dead Redemption II, prequel del primo episodio che si svolge qualche anno prima. Approfittando dei due eventi, ho pensato di scrivere questo approfondimento, in cui esaminerò una peculiarità del secondo capitolo dell’epopea western firmata Rockstar. Laddove il primo RDR si concentrava sul viaggio solitario di John Marston, la particolarità di RDRII risiede nel mostrare gli alti e i bassi di una famiglia unica: la banda di Dutch. Come direbbe proprio lui, nell’augurarvi buona lettura, vi prego di aver fiducia: ho un piano. Questo articolo è pensato sia per chi già conosce la storia, a cui spero possa far ripensare al proprio viaggio, che per chi è curioso di avvicinarsi alla saga. Non saranno presenti spoiler di trama rilevanti. Cominciamo!

“Nel 1889, l’era dei fuorilegge e dei pistoleri stava giungendo al termine. Anche il selvaggio West era quasi stato domato. Le ultime bande erano braccate e venivano eliminate una dopo l’altra”

(dal prologo di Red Dead Redemption II)
Dutch e Arthur

Tacabanda

La banda di Dutch tenta di emergere dal sottobosco di ladruncoli da strapazzo che ha terrorizzato il West. Sanno che i tempi stanno cambiando, e che la legge intende trovarli e schiacciarli, con tutte le forze, ma cercano di sopravvivere, di trovare un modo per uscire di scena e ottenere la libertà Nonostante i metodi ben poco leciti che adottano, i suoi membri cercano di seguire un codice d’onore. A volte, si ritrovano persino ad aiutare chi ne ha bisogno, mostrando un briciolo di umanità che non ci si aspetterebbe. Non esistono bianco e nero, nella saga di Red Dead Redemption, ma solo infinite sfumature. Le persone davvero innocenti sono poche, come la nuova generazione incarnata dal giovane Jack, che assiste agli errori del mondo degli adulti da spettatore.

Dopo un colpo, la banda è un rifugio sicuro, un luogo a cui tornare, una bussola da seguire. La banda è qualcosa da proteggere, con lealtà.

E’ questione di un attimo vedere qualcuno radunarsi al falò per cantare.

Conosci te stesso…

Probabilmente Dutch coglierebbe subito la citazione, essendo un avido lettore, che dai testi elabora le proprie teorie, esternandole con forte verve, risultando sempre convincente. Arthur forse non è così raffinato. Tuttavia, una delle sue frasi preferite da rivolgere agli sconosciuti che aiuta quando lo ringraziano e gli dicono che è un brav’uomo è “Tu non mi conosci davvero”. Questo dimostra quanto il nostro vaccaro preferito tenga in poca considerazione il proprio valore: per lui è impossibile vedere uno spiraglio di luce oltre l’ammasso di cadaveri che ha accumulato nel corso degli anni, come se nessuna buona azione potesse salvare anche soloun frammento della sua coscienza. Visioni di un cervo che si aggira per una pacifica foresta lo accompagnano durante l’avventura, come se fossero un simbolo della tranquillità a cui anela. Senza alcun dubbio non è un santo, ma nasconde nel fondo qualcosa di più del cuore di un assassino.

Un momento mi ha particolarmente colpito, unendo queste due anime. Senza specificare la missione, dopo un piano parzialmente fallito, ci si ritrova con Arthur a frugare nelle tasche dei nemici appena uccisi. Sono NPC avversari, assolutamente secondari, mai incontrati prima dello scontro a fuoco.

Nella giacca di uno di questi, troviamo la lettera scritta dal padre di un uomo che abbiamo appena ucciso. Si chiamava Martin. Il genitore rimprovera il figlio per il suo comportamento qualche giorno prima, a pranzo, quando stordito dall’alcool ha maltrattato un prete e una vedova ospiti a casa. Questo semplice messaggio, che personalmente mi ha portato a fermarmi per un attimo, per catturare la schermata e ricordarlo, dona peso ad una morte, e procedendo nella storia, si sente sempre di più la fatica nel premere il grilletto ogni volta.

Arthur e il suo fedele cavallo al galoppo. Con il loro comportamento, i cavalli diventano NPC a cui è facile affezionarsi.

… e conosci anche gli altri.

Un aspetto che denota l’incredibile cura di Red Dead Redemption II verso i personaggi secondari è il modo in cui ognuno si rapporta al mondo, e al nostro protagonista. Non è raro, dopo una missione, vedere nel covo qualcuno radunarsi attorno al fuoco, magari per ascoltare le ultime imprese della banda, mentre Javier strimpella con la sua chitarra. Avvicinarsi ed interagire regala moltissimi dialoghi che verrebbero persi, altrimenti, dunque parlare diventa una routine che si integra nel sistema delle missioni. Frequentando assiduamente l’accampamento, è possibile assistere a scene che approfondiscono i vari personaggi, ne mostrano simpatie, ambizioni, segreti e diversi aspetti. Nelle pieghe di un dialogo a scelta possono persino nascondersi informazioni di grandissimo peso.

A volte il piccolo Jack, unico bambino dell’accampamento, potrebbe chiedere ad Arthur di giocare con lui. Capita spesso di vedere Mary Beth perdersi nella lettura, o il reverendo Swanson smaltire gli effetti delle sostanze che assume. Si può approfondire l’amicizia con Lenny in una serata alcolica, o comprendere meglio Charles aiutandolo in una caccia. Sono tutti piccoli momenti che regalano profondità.

Il diavolo nei dettagli

Non è possibile interferire direttamente con la narrazione della storia principale, tuttavia il tipo di azioni che si compiono hanno un effetto sul rapporto di Arthur con gli NPC. Compiere azioni onorevoli migliora la reputazione, e viceversa mostrarsi rudi, scortesi e criminali la intacca. Una volta, visitando l’accampamento, è stato incredibile quando ho avviato un dialogo con Mary Beth in cui lei ha chiesto ad Arthur come fosse la situazione, e se desiderasse sedersi per parlarle. A quel punto, Arthur si è aperto, confessando di non riconoscersi più, e che ultimamente aveva ucciso troppe persone. Sono momenti come questo che arricchiscono enormemente il viaggio di Red Dead Redemption II. Ci sono moltissimi incontri randomici, come rapine, rapimenti, persone in difficoltà, che rendono unico ogni spostamento: una cavalcata iniziata per rifornirsi a Valentine potrebbe finire con una sparatoria imprevista mentre si tenta di aiutare una carrozza assaltata da una banda rivale. Mentre ci dirigiamo da qualche parte per una missione, potremmo incontrare uno sconosciuto che ci offrirà un obiettivo secondario totalmente nuovo, o una piccola storyline, e così via.

Diversi panorami lasciano senza fiato.

Red Dead …

Ad un certo punto il viaggio di Arthur si trasforma. Con una sorta di illuminazione sulla via di Damasco che progressivamente si fa sentire in tutta la sua potenza, il duro pistolero inizia a prendere coscienza di diversi aspetti prima ignorati. Inizia a riflettere sui propri errori. A capire meglio cosa significhi la lealtà. Cosa il cambiamento, e quanto sia inutile combattere contro dei mulini a vento. Diverse missioni avanzate si concludono con Arthur in difficoltà, fermo. E non si può che aspettare con lui, mentre si medita su cosa è appena successo, e quali sviluppi possano attendere il nostro protagonista. In quel momento, dopo che siamo stati noi ad estrarre la pistola, per salvare o uccidere, ci sentiamo un po’ Arthur.

Un uomo alla ricerca di qualcosa che non sembra in grado di definire, o ancora meglio, qualcosa che sente di non meritare. E a suggerirla viene in nostro soccorso il titolo dell’opera, che oltre al sangue vermiglio e alla morte ci offre quella semplice parola, tuttavia carica di peso ed implicazioni: la redenzione.

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